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Mario Rosini: “La musica è un linguaggio divino”

"Per me la musica è un unico linguaggio - racconta Rosini -, per cui devi avere solamente l'umiltà e la competenza per fare il tuo lavoro fatto bene. Io mi applico nello stesso modo in tutti gli stili, nel jazz, nella musica pop, nella musica religiosa. L’intuito è lo stesso, bisogna essere “artigiani” nel senso che uno deve mettersi a fare un lavoro fatto bene, per cui non ci sono strategie particolari. Uno ascolta qualcosa e dovrebbe capire di cosa si sta parlando"

L’artista pugliese, che ha arrangiato il concerto dei concerto dei Cori riuniti dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne “Non saremo mai soli”, si è raccontato a La Porzione.it

Mario Rosini accompagna al pianoforte i Cori riuniti dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne
Vincenzo Di Nicolantonio canta durante il concerto

È stata una serata di grande musica e intense emozioni quella di giovedì 27 aprile che, nella chiesa della Beata Vergine Maria del Rosario, ha visto l’esibizione dei Cori riuniti dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne diretti da Roberta Fioravanti – accompagnati dall’orchestra (alla batteria Mirko Minetti, al basso Francesco Marranzino, alla chitarra acustica ed elettrica Alessandro Panzone, al violino Danilo Pergolini, al violino Silvia d’Annunzio, alla viola Giovanni Ciaffarini, al violoncello Federico Orlando, al sassofono Pierpaolo Pecoriello, al trombone Atreo Ciancaglini, alla tromba e flicorno Antonio Cordisco e alla tromba Italo di Benedetto) e dalle letture di Nicola Flaccoin “Non saremo mai soli”: un concerto-evento che ha eseguito dal vivo per la prima volta i sette brani scritti dal componente dei Cori riuniti, nonché docente di canto all’Accademia musicale di Pianella, Vincenzo Di Nicolantonio ispirato dal deserto rappresentato dal lockdown durante la pandemia di Covid-19.

L’arcivescovo Valentinetti abbraccia Di Nicolantonio

Non è mancata qualche chicca, come l’esecuzione musicale della preghiera “Maria donna della Parola” scritta dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, che ha assistito commosso alla sua riproduzione. Una serata che però non sarebbe stata possibile senza la collaborazione di un grande musicista del panorama nazionale come Mario Rosini.

I Cori riuniti con Mario Rosini, Vincenzo Di Nicolantonio, l’arcivescovo Valentinetti, Roberta Fioravanti e Nicola Flacco

Il musicista, compositore, cantante e docente al Conservatorio di Matera, già collaboratore di artisti del calibro di Anna Oxa, Mia Martini, Grazia Di Michele, Rossana Casale e Tosca, ha arrangiato i sette brani proposti incisi dai Cori riuniti, che presto diventeranno un album, così come l’intero concerto di giovedì sera al quale hanno assistito centinaia di persone che hanno gremito la chiesa pescarese. Per questo Radio Speranza e La Porzione.it hanno dedicato un’intervista per approfondire il lato umano e artistico di Mario Rosini.

Vincenzo Di Nicolantonio ha scritto di getto questi sette brani, tra cui questa canzone-manifesto “Non saremo mai soli” nata nel dramma della pandemia. Così, quando eravamo tutti chiusi in casa, la sera del 31 dicembre 2020 ti contatta online e che accade? 

«Mi fa questa proposta di voler, insomma mi esprime il desiderio che io possa arrangiare questi brani e si è rivolto a me. Brani molto belli, dal tema forte, religioso, che mi hanno subito colpito per la loro profondità. Per cui arrangiarli è stato un lavoro anche lungo, perché l’organico era molto vasto: 70 coristi, una sezione di archi, fiati e ritmica. È stato un lavoro che mi ha entusiasmato per la sua difficoltà, ma nello stesso momento tutto scorreva liscio, per cui non ti so spiegare. Doveva andare così. Io poi, se la musica mi restituisce una cosa bella, non mi fermo più. È andata così… Poi è servito un anno per realizzare questo lavoro. E adesso siamo finalmente qui, è stato un momento veramente importante».

Cosa vuol dire arrangiare un concerto del genere? Brani di questa tipologia, cioè religiosi, ma in un contesto pop. E poi un concerto di un coro che peraltro per la prima volta si cimentava con un repertorio non proprio liturgico?

«Sì, arrangiare significa vestire un brano ed è tanto. La canzone nasce con pianoforte e una voce, ma poi devi metterci gli ingredienti. E come se tu cucini un piatto di pasta senza mettere il sugo, l’aglio, o il basilico. La musica è più o meno è così. È come avvalorare il tema che già esiste, per cui è un contorno molto importante perché gli si dà uno stile che deve centrare il testo. È un compito importante, perché si rischia anche di fare un arrangiamento che non c’entra niente con lo stile della canzone e non va bene. Bisogna entrare nei brani che si deve arrangiare».

Che tipo di “vestito” hai scelto per questi brani?

Se vogliamo, il vestito dell’anima. Mi sono lasciato andare proprio con gli occhi chiusi. Io, quando riascoltavo con le mie demo che  faccio al computer, cercavo già di immaginare tutto, tutto l’organico e la sensazione che poteva dare quello che poteva dare. Tutto già funzionava. Mi sono lasciato andare, non ho fatto altro, anche perché nella musica che faccio non c’è nulla di calcolato. Cerco solamente la parte più vera, più musicale possibile ed è tanto».

Cosa ti comunicano questi brani, cosa esprimono?

«A me danno un messaggio di benessere e soprattutto di forza. Io non sono un uomo di fede, di quelli proprio “veri”, ma sento questa forza e la sento anche perché io sono cresciuto con una famiglia “religiosa”, con entrambi i miei genitori. Sai, le cose che si fanno quando si è piccoli. Si va in parrocchia, la comunione, la cresima, che ho vissuto bene, intensamente. Poi la vita ti pone davanti certe sfide che ti allontanano un po’ da quella visione, che però poi torna perché ti rendi conto che è importante perché e ti regala tante cose belle. La musica è testimone di questa cosa. Questa musica, che io ho fatto anche per il Rinnovamento nello Spirito, mi restituisce ancora oggi una cosa strana. Sicuramente la musica è un linguaggio divino, di questo sono convinto, è un linguaggio universale. Per cui ancora oggi sono qui e questo pretesto mi aiuta a confermare questa mia “tesi terrena” ed è sempre una sorpresa. Infatti non vedevo l’ora di realizzare questo concerto. Ero in fibrillazione fin dalle prove generali».

Nel tuo ricco palmares, nella tua lunga carriera ultradecennale, c’è anche un secondo posto al Festival di Sanremo del 2004 con il brano “Sei la vita mia”. Un risultato importante, prestigioso, che spiega una carriera che va agli antipodi, da un estremo all’alto lato all’altro, dalla musica cristiana al pop. Due stili che non sono propriamente vicini e in pochi, come te, riescono bene in entrambi. Cosa significa, da dove arriva queste eccletticità?

«Per me la musica è un unico linguaggio, per cui devi avere solamente l’umiltà e la competenza per fare il tuo lavoro fatto bene. Io mi applico nello stesso modo in tutti gli stili, nel jazz, nella musica pop, nella musica religiosa. L’intuito è lo stesso, bisogna essere “artigiani” nel senso che uno deve mettersi a fare un lavoro fatto bene, per cui non ci sono strategie particolari. Uno ascolta qualcosa e dovrebbe capire di cosa si sta parlando. Cioè, se ascolto una canzone fatta con un pianoforte e una voce, so che quella canzone è pop oppure va più verso il jazz. Hai detto bene. Ormai le musiche di Rinnovamento, ma anche queste che ha scritto benissimo Vincenzo Di Nicolantonio, possono collocarsi in una in una posizione pop se vogliamo. Ma c’è anche del jazz, della musica che arriva dal gospel. Ci sono sempre degli ingredienti, è una tavolozza di colori che tu scegli a seconda dei tuoi gusti, di quello che ti viene. In ultima analisi, per me tutta la musica si racchiude in una musica, quella bella».

Tra la musica cristiana e la musica leggera, quale ti ha dato di più, quale preferisci?

«Dipende, io sono uno che si “mangia tutto”. Certe volte mi piace cantare un brano di Stevie Wonder, una canzone napoletana, oppure una canzone di Vincenzo. Non ho distinzioni in realtà. Canto molto volentieri le canzoni napoletane, quelle dei primi del ‘900, musica praticamente classica. Perché c’è una scrittura meravigliosa, una cosa incredibile, sia melodica che armonica, ma anche di testo. Comunque tutta la musica è bella, dai».

Un noto critico musicale, Gino Castaldo, giorni fa diceva che oggi la musica sta scadendo, perché sta un po’ ripiegando sui social. Sei d’accordo? Dove sta andando oggi la musica?

«La musica, ormai, è cambiata perché tu fai un disco e te lo tieni. Per cui i social, devo dirti la verità, per me sono l’unico mezzo di divulgazione per adesso. Io infatti non mi chiudo più in studio per fare un disco. Sto a casa, faccio la mia “canzoncina”, la pubblico su Facebook, ho un sacco di commenti belli e per me questo è una bella cosa. Poi il problema sono invece i mass media, cioè la televisione e la radio, che propinano sempre le stesse cose perché sono pilotati. Le radio, soprattutto quelle, che vengono pagate dalle major per passare i brani che devono passare e non c’è uno spazio per la musica indipendente, perché i musicisti bravi, i cantanti bravi ci sono in Italia. Per cui meno male che ci sono i social, Facebook, Instagram, perché così uno si può capito esprimere e ha il suo pubblico. Quindi, da questo punto di vista, spezzo una lancia a favore dei social. La musica è libera, la possono fare tutti. È chiaro, poi c’è chi la fa bene e chi la fa male».

Tu oggi sei soprattutto un docente al Conservatorio di Matera. Cosa vuol dire insegnare musica? Perché questa scelta? Dalla musica suonata alla musica da insegnare, per carità, il passo è breve. Cosa ti ha spinto a farlo e cosa si prova a dover plasmare delle mani che suoneranno un domani?

Lo stipendio, che anche quello è un aspetto importante. Io ho vissuto solo come musicista fino all’età di 50 anni. Adesso ne ho 60 e sono entrato in ruolo due anni fa. Ho sempre fatto il musicista, avevo già una famiglia, i figli, ma con uno stipendio è molto meglio. Al di là di questo aspetto ironico, a me piace molto trasmettere la musica ai ragazzi, l’impegno verso la musica, la serietà della musica e trasmettere delle regole che poi devono stravolgere. Perché comunque il jazz è uno stravolgimento delle regole, però con molta attenzione, con rispetto delle forme, con rispetto delle strutture armoniche. È molto bello, tant’è che ho messo su un coro con miei ragazzi. Si chiama Duni jazz choir, è uscito un disco un mese fa, per cui io porto i ragazzi subito sul palcoscenico. Non li lascio in classe, perché sennò che stiamo a fare?! È una bella cosa».

Dal coro di Mario Rosini, al Coro dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne. Li stai conoscendo, cosa auguri a questa formazione e a Vincenzo, da cui è nato tutto questo?

«Io spero di che questa cosa si possa replicare, che possano andare avanti, perché sono progetti belli, un lavoro fatto sui particolari. Mi auguro che questo per loro sia solo un inizio, non un punto d’arrivo».

Il futuro di Mario Rosini?

Ci sono un po’ di cose. Siamo in finale con Grazia Di Michele per il concorso di Amnesty international. È una cosa importantissima, siamo fra i 10 finalisti e speriamo di vincere. A luglio si farà la finale. Poi ho scritto un paio di brani per Mario Biondi, per il suo prossimo disco, dovrebbe farli. E ancora collaborazioni varie: l’anno scorso come corista per il disco di Massimo Ranieri; con Gino Vannelli, un artista americano, sono nel suo disco e altre cose. Scrivo molte cose, per me e ho in programma concerti e live dappertutto».

L’intervista a Mario Rosini realizzata da Radio Speranza
About Davide De Amicis (4613 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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