“La vita cristiana rinasce dalla condivisione”
"I cristiani nella storia si sono inventati tante cose - ricorda Giuseppe Notarstefano -, le scuole, gli ospedali, le università. In fondo, sono state intuizioni che partivano dalla capacità di dare forma a delle opere di misericordia. Ecco, questo è un tempo in cui i cristiani devono immaginare delle forme di fraternità, di condivisione dove davvero si possa immaginare una civiltà più ospitale e più fraterna"

Giuseppe Notarstefano, 53 anni di Palermo, ricercatore di Statistica economica presso Università Lumsa di Palermo, dal 2021 è il presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana. In quanto tale, Notarstefano ha preso parte alla recente Scuola di formazione per studenti del Movimento studenti di Azione cattolica – che si è svolta al Pala Dean Martin di Montesilvano (Pescara) dal 24 al 26 marzo scorso – dove ha rilasciato una bella intervista ai microfoni di Radio Speranza e ai taccuini di La Porzione.it.
Presidente, qui a Montesilvano duemila studenti che si preparano per cambiare la realtà. Un obiettivo audace, ma possibile per loro?
«Io direi che gli studenti devono cambiare, i giovani devono cambiare il mondo perché sono un segno importante di questa trasformazione. Uso l’altra parola “trasformazione” appositamente, perché non ci basta la transizione, non possiamo cioè immaginare semplicemente un aggiornamento dei meccanismi dei dispositivi, delle tecnologie. Noi abbiamo bisogno di cambiare in profondità le Cose e ho respirato proprio stasera questo grande desiderio di una di una trasformazione profonda, che inizia da una conversione personale, da un cambiamento dei propri stili di vita. C’è questa grande energia, sento tra i giovani questa voglia, non solo come in senso negativo, perché per tanti anni i giovani sono scesi in piazza negli ultimi sul tema “è l’ultima volta, è l’ultima chance che abbiamo”, che è una questione molto seria. Però c’è anche il desiderio di prendere parte. Ecco, penso che si stia preparando una grande stagione di partecipazione, che dobbiamo accompagnare perché sia una partecipazione di tutti. Una partecipazione che possa essere ricca anche di dialogo, di confronto, di comunità, perché il rischio è che poi ci sia solo rivendicazione e quindi contrapposizione».
Un obiettivo, quest’ultimo, che è quello di tutta l’associazione. Come l’Azione cattolica si prepara a guidare questo cambiamento dal suo punto di vista?
«Nel suo piccolo, io credo che l’Azione cattolica ha un compito importante, quello di fare incrociare questi due processi che si stanno incontrando oggi nella storia, nel nostro Paese in particolare. Da un lato c’è questo tema del grande cambiamento, delle sfide del cambiamento che potremmo sintetizzare nei 17 obiettivi dell’Agenda 2030, cioè il cambiamento del modello di sviluppo, una società più giusta, una democrazia più inclusiva, un’economia che sia capace di far crescere il benessere di tutti, non solo di alcune persone. Dall’altro c’è un altro movimento altrettanto interessante, che è quello del cammino sinodale della Chiesa universale, della Chiesa italiana, che vuole essere uno stile di abitare la vita di tutti i giorni, la vita di tutti, cercando di costruire delle relazioni fraterne. Io credo che queste cose vadano messe insieme, le debbano fare i laici, in particolare i laici dell’Azione cattolica. Credo che debbano scoprire che la forza del cambiamento è proprio in questa capacità di collaborare. Del resto, il diciassettesimo obiettivo dell’Agenda 2030 è la collaborazione per l’agenda. Cioè, non ci può essere un raggiungimento di uno spettro così ampio di priorità, se non ci sarà la capacità di mettere insieme le risorse di ciascuno collaborando, cooperando, lavorando insieme, aiutandoci reciproco delle forme. Poi sono tante, storicamente, quelle che si possono fare. Una di queste è certamente la forma associativa e lì per noi si apre una grande autostrada».
Nei giorni scorsi Monsignor Erio Castellucci, presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, in occasione dell’Assemblea dei referenti diocesani del sinodo italiano, diceva che l’obiettivo non è quello di creare esperienze da archiviare, ma nuove prassi che restino. Qual è il punto di vista dell’Azione cattolica e come sta vivendo questo. Cosa si può fare per realizzare questo obiettivo?
«Io credo che ci sia un grande bisogno oggi, una sorta di lettura dei segni dei tempi che dobbiamo fare. Credo che un segno dei tempi sia quello di una grande autenticità. Le persone devono chiedono alla Chiesa esperienza di autenticità. Il Vangelo è una grande potenza in questo senso, ha una grande capacità di istituire la vita delle persone. Allora noi, oggi più che mai, come Chiesa, come comunità, dovremmo far davvero incontrare il Vangelo con le persone. Questa è una grande sfida che significa ritornare un po’ ad uno stile di sobrietà, di essenzialità, di capacità di dare alla nostra pastorale una grossa ripulitura, una grosso “sgrezzamento”. L’abbiamo riempita di orpelli, di cose che ormai non servono più, forse sono servite un tempo, però certamente oggi non ci servono più. Allora, bisogna immaginare come la vita cristiana oggi rinasce dalla condivisione. Mettere insieme le persone condividendo quello che si ha. Parlavamo prima di sobrietà, di un nuovo modello economico. Un po’ è questo. I cristiani nella storia si sono inventati tante cose, le scuole, gli ospedali, le università. In fondo, sono state intuizioni che partivano dalla capacità di dare forma a delle opere di misericordia. Ecco, questo è un tempo in cui i cristiani devono immaginare delle forme di fraternità, di condivisione dove davvero si possa immaginare una civiltà più ospitale e più fraterna».
Diceva il cardinale Zuppi, presidente della Cei, che sta per nascere una nuova primavera nella Chiesa. Sarà davvero così? Cosa ci aspetta?
«Noi siamo quelli della novità. Io concordo con Don Matteo, come lo chiamo nell’amicizia. Perché è vero, i cristiani sono quelli che dicono che il meglio deve ancora venire, che guardano avanti con positività. Il problema non è la rifioritura, non è riempire le piazze di folle oceaniche. Il problema è che il Signore davvero sta operando delle cose straordinarie nella vita di questo tempo. E noi, come Chiesa, dobbiamo cercare di guardare, di contemplare tutto questo e di saperlo raccontare con capacità, con credibilità. Perché a volte non siamo credibili, parliamo di gioia, di amore, ma lo facciamo con la faccia triste. Non siamo credibili. Dobbiamo raccontare in maniera credibile le opere straordinarie che il Signore oggi sta compiendo, rendendo testimonianza alla novità che c’è. Perché il Signore è davanti a noi, la novità c’è già e si è dilatata nel mondo. Quindi a noi tocca soltanto riconoscerla, quindi allenare un po’ il nostro sguardo e misurare le nostre parole con questa autenticità.
Al settimanale diocesano “L’ancora” ha dichiarato che dobbiamo tornare a pronunciare la parola “insieme”. Cosa vuol dire?
«“Insieme” è una parola chiave di questo tempo, è il noi più grande, perché anche la pandemia ha rivelato la debolezza di un modello culturale molto individualista, utilitarista. Il fai da te, le monoporzioni. Non è più solo individualismo, ma è la società della singolarità dove “il mondo è costruito intorno a me” per fare un’allusione con una celebre pubblicità. Il tema è un po’ questo. Invece noi non possiamo farcela se non insieme. Il Papa ha usato un bellissimo titolo di un libro di Margaret Mazzantini “Nessuno si salva da solo”. È diventato uno slogan perché è così, le sfide che abbiamo davanti non le possiamo affrontare da soli. Abbiamo bisogno di accoglierle e affrontarle insieme».
Per concludere, come riparte l’Azione cattolica? Dopo il Covid è stato un reset per tutti. Come l’associazione vivrà questa nuova fase?
«Io, girando, sono grato al Signore perché vedo una ripresa di grande entusiasmo, di iniziative. Dico a tutti i responsabili di questa cosa. Attenzione alla trappola della parola “ripartenza”. Noi non dobbiamo ripartire, perché non ci siamo mai fermati. Anche durante la pandemia abbiamo continuato a fare associazione, anzi abbiamo scoperto che essa è la tessitura di relazioni che abbiamo tra di noi, al di là delle iniziative, delle adunanze, delle modalità dei linguaggi. Quindi abbiamo bisogno di rigenerare la vita associativa, a partire dalle relazioni e cercare di esercitarle con creatività. Oggi ci sono tante questioni che riguardano i membri più piccoli, più giovani, difficoltà nel fare gruppo gli adulti che siamo. Quindi no, non facciamo della ripartenza o ritorno al passato, ma facciamo invece della ripartenza un rifiorire. Ci piace più questa immagine. Una rifioritura, anche perché si sa “Sotto la neve, pane”. Dopo il grande freddo c’è sempre poi il germoglio. A noi il compito di custodire questo germoglio che sta già fiorendo».
Un auspicio che si può allargare a tutta la Chiesa?
«Io penso di sì. L’Azione cattolica, del resto, un po’ esiste per questo. Esiste per cercare di fare con impegno quello che tutta la comunità deve fare».