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Natalità: “Promuoviamola o perderemo il senso di essere italiani”

"Oggi bisogna recuperare la logica del servizio, la logica dell’essere capaci di donare il proprio tempo in tutto quello che si fa nella famiglia, nel lavoro, nelle attività sociali, nella politica - sottolinea l'arcivescovo Valentinetti -. Ma tutto questo come servizio, non come presunzione di potere e non come autoglorificazione di se stessi"

Lo ha affermato l’arcivescovo Valentinetti, nell’intervista di Pasqua, a Radio Speranza

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

La Pasqua di resurrezione, celebrata ieri, è stata anche l’occasione per compiere una riflessione a tutto tondo con l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti sul periodo complesso che stiamo vivendo e che vede l’umanità, a più di un anno di distanza dall’inizio della pandemia, ancora stretta nella morsa del Coronavirus e del Covid-19. Una riflessione, quella rilasciata dal presule ai microfoni dell’emittente diocesana Radio Speranza InBlu, che rilanciamo anche sulle pagine online de La Porzione.it.

Monsignor Valentinetti, in occasione della Pasqua 2020 celebrata in pieno lockdown guardavamo all’appuntamento di quest’anno auspicando una festività celebrata normalmente, con il virus finalmente alle spalle. Purtroppo non è ancora così. Come vede il contesto che viviamo attualmente?

«Il contesto è simile a quello dello scorso anno, non è che le cose siano cambiate moltissimo se non per il fatto che le nostre chiese non sono chiuse e abbiamo potuto celebrare il Triduo pasquale come prima, seppur con tutte le precauzioni e le attenzioni del caso perché la situazione pandemica non è ancora sotto controllo e ci vorrà del tempo affinché potremo ristabilire una celebrazione fatta in chiesa senza problemi, normalmente».

Viviamo dunque un contesto di normalità parziale, fragile, per quanto anche questa sia comunque una normalità ritrovata. È stata, del resto, una Pasqua in sicurezza quella vissuta dalla comunità diocesana con il clero impegnato nella sfida contro il Covid, anche per rassicurare il popolo di Dio. Lei, in occasione della messa crismale, ha affermato che anche i presbiteri avrebbero potuto richiedere benefici come quello dell’accesso alla vaccinazione prioritaria, mentre invece sono rimasti accanto al popolo attendendo il proprio turno. Qual è l’importanza di questa condivisione, di questo cammino che prosegue, nonostante la pandemia abbia colpito duro coinvolgendo anche alcuni sacerdoti?

«Il senso è che dobbiamo stare accanto. Noi siamo persone ordinate nel sacerdozio per condividere soprattutto le situazioni della gente, non per elevarci al di sopra delle gente e avere privilegi nei confronti del popolo di Dio che ci è stato affidato. Ora sappiamo molto bene che ci sono tante persone, gli anziani, i fragili, che in questo situazione stanno soffrendo e condividere tutte le loro sofferenze, tutto quello che stanno vivendo, le loro restrizioni, e magari anche le attese disilluse perché magari avrebbero desiderato – e forse sarebbe anche stato giusto visto che si era delineato nel processo della vaccinazione – di venire rispettati nei loro più profondi diritti. Ma purtroppo le cose non stanno andando in questo modo. Sappiamo che alcune categorie sono state privilegiate e se il numero dei vaccini non è sufficiente, chiaramente prima o poi qualcuno ne beneficerà e qualcuno rimarrà indietro. Ma ora il problema più importante è che spiritualmente, e soprattutto umanamente parlando, viviamo questo grande ministero della vicinanza, dell’attenzione, della condivisione. E credo che se questo ci porta anche qualche rischio, e qualche presbitero purtroppo è incappato anche in una situazione difficile, grazie a Dio tutti hanno finora preservato la vita e speriamo che continui ad essere così fino alla fine. Certamente è un segno di attenzione e di grande vicinanza a quel popolo di Dio a cui siamo stati mandati e per cui ci siamo consacrati, per condividere tutto. Non siamo i sacerdoti dell’antico testamento, che erano al di sopra della realtà, che venivano rivestiti di un’autorità che li metteva al riparo da ogni situazione. Noi siamo uomini in mezzo agli uomini e alle donne del nostro tempo e con loro vogliamo camminare, vogliamo vivere questa Pasqua volgendo lo sguardo al Crocifisso, perché è il Crocifisso la nostra speranza. Il Crocifisso risorto, non quello rimasto inchiodato sulla croce con il petto squarciato dal colpo della lancia, ma il Crocifisso che è l’alfa e l’omega, il principio e la fine, Colui che era, che è e che viene, l’Onnipotente che contempliamo risorto dalla tomba di Gerusalemme e che, ancora una volta, costituisce quella novità che dobbiamo portare dentro la storia. Noi siamo costruttori di resurrezione, di una vita nuova. Del resto, nella messa in Coena Domini del Giovedì santo, attraverso la prima lettura tratta dal Libro dell’Esodo, abbiamo ricordato il momento di passaggio in cui Israele esce dall’Egitto con mano forte e braccio potente ad opera di Dio e nella notte di Pasqua, abbiamo ricordato il famoso passaggio del Mar Rosso. Ecco, ci troviamo in un guado, ci troviamo in un passaggio da una civiltà che sta mostrando tutte le sue carenze, le sue difficoltà, tutte le carenze organizzative anche da un punto di vista sociale, politico e sanitario. E noi ci auguriamo che ci sia una realtà nuova o, perlomeno, che questa esperienza faccia pensare molti, faccia riflettere, ripensare modelli di vita, di sviluppo, di custodia del creato, faccia ripensare ad una serie di questione che diventano ineludibili. Papa Francesco ce le sta ricordando continuamente, ci dice molto chiaramente “Signori, quello che verrà non potrà essere come quello che abbiamo lasciato”, proprio perché siamo stati messi a dura prova. E questa volta non per una guerra, ma per il virus che ci ha colpiti. Molti la stanno definendo una guerra, ma non è una guerra, non possiamo usare questo linguaggio. Dobbiamo usare il linguaggio della cura, della presa in carico, dobbiamo usare il linguaggio della partecipazione, della condivisione, della responsabilità, della corresponsabilità, della compassione. Non il linguaggio della lotta, della forza, perché questo non ha mai risolto nessun problema. Il linguaggio che noi dobbiamo usare è proprio quello dell’attenzione che dobbiamo avere gli uni gli altri».

Dall’altra parte, ad aggrapparsi al Crocifisso ci sono decina, centinaia, migliaia di famiglie che sono il motore del Paese, che sono state la chiesa domestica sopperendo al primo lockdown e alla mancanza delle parrocchie pregando in casa. Hanno dimostrato una grande resilienza, messa a dura prova dal lavoro e dalla scuola che sono venuti a mancare. Famiglie costituite da imprenditori, commercianti, impiegati, operai. C’è il Governo che ha messo in campo soluzioni come l’assegno unico familiare o il decreto ristori. Lei, eccellenza, è convinto di questo modello di welfare? Pensa che, in ambito sociale, sia questa la strada giusta per aiutare le nostre famiglie o si può fare di più?

«Secondo me si potrebbe fare di più, perché in realtà il sistema del welfare si è trovato impreparato in quanto era stato smantellato e non aveva più le forze, le capacità e le caratteristiche organizzative e burocratiche per poter sopperire alle carenze. E questo, sicuramente, ha creato squilibri e problemi. Ora, senz’altro qualcosa si sta facendo, ma è la politica del mettere una pezza e, in questo momento, forse la cosa più importante è mettere proprio una pezza. Ma se questa situazione non farà ripensare un modello di vita diverso (mi riferisco soprattutto alle famiglie che hanno a carico i bambini piccoli), se realmente non si farà una politica per la promozione delle nascite – a momenti diventiamo il Paese più spopolato del mondo – non avremo più il senso di cosa vuol dire essere italiani, perché stiamo diminuendo a vista d’occhio un po’ per i morti (siamo arrivati a più di 100 mila vittime con la pandemia), un po’ perché sono nati 360 mila bambini in meno durante questo tempo. Non so se ci rendiamo conto dei numeri. Ora l’attenzione alla promozione alla nascita e all’accompagnamento dei bambini nei loro primi anni di vita, così come le mamme in alternanza ai papà che hanno dovuto lasciare il lavoro perché i bambini piccoli erano a casa senza custodia, sono grandi interrogativi per la vita di questa società. Non perché ci debba pensare lo Stato, ma se non avviamo un cammino serio di riflessione su queste tematiche, noi andremo incontro inevitabilmente, ce lo dicono gli scienziati, ad altre pandemie. E che facciamo? Ricominciamo da capo? Se non ci prepariamo, se non ci mettiamo in un atteggiamento diverso facendo tesoro delle mancanze e delle riflessioni che in questo tempo sono state fatte».

Una lezione, quella impartita dalla pandemia, da imparare alla svelta laddove purtroppo questo scenario dovesse ripetersi. E dunque, affidando questo auspicio al Signore che è risorto, qual è l’augurio di Pasqua che si sente di rivolgere alla comunità diocesana pescarese?

«Il mio augurio viene dalla pagina del Vangelo della messa in Coena Domini. Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli e dice, molto chiaramente, “Avete visto ciò che ho fatto io? Fatelo anche voi, lavate i piedi, lavatevi i piedi gli uni gli altri”. Una reciprocità di servizio che deve diventare un modello di vita e un modello di scelte politiche. Pietro non voleva farsi lavare i piedi e Gesù gli dice “Se non ti laverò i piedi, non avrai parte con me”. Oggi bisogna recuperare la logica del servizio, la logica dell’essere capaci di donare il proprio tempo in tutto quello che si fa nella famiglia, nel lavoro, nelle attività sociali, nella politica. Ma tutto questo come servizio, non come presunzione di potere e non come autoglorificazione di se stessi. Facciamo bene tutto, poi glorifichiamoci di quello che abbiamo fatto, ma dopo e non prima. Non facciamo diventare anche i gesti più belli di questi momenti dei gesti di autoaffermazione, perché dobbiamo essere servi gli uni degli altri. Se non ci mettiamo coraggiosamente al servizio, è inutile celebrare la Pasqua che diventa vera quando fede e vita si coniugano insieme. Coniugare fede e vita oggi è sempre più necessario. Oserei dire che quella lavanda dei piedi diventi una scelta di vita per ciascuno di noi. È questo l’augurio di buona Pasqua per me che, che voglio essere anch’io servo di questa chiesa e dei miei confratelli sacerdoti e del popolo di Dio. Un augurio per i miei fratelli presbiteri, diaconi e operatori pastorali. Un augurio fraterno per coloro che hanno responsabilità politiche in questa regione e anche in Italia. Un augurio per tutti, perché realmente si recuperi questo senso di piena partecipazione e di piena attenzione gli uni per gli altri».

L’intervista dell’arcivescovo Valentinetti a Radio Speranza
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Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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