“Diventiamo una Chiesa che prende l’iniziativa, senza giudicare nessuno”
"Prendere l’iniziativa - sintetizza l'arcivescovo Valentinetti -, andare in profondità, cercare di accompagnare, rispettare i tempi di crescita e quando questo sarà accaduto, allora è probabile che si diventi missionari, annunciatori, che si diventi quello che siamo perché noi annunciatori lo siamo per il battesimo, lo siamo per la cresima"

Ha richiamato la presenza di centinaia di operatori pastorali provenienti da tutta l’arcidiocesi di Pescara-Penne, domenica scorsa, la Giornata diocesana dei catechisti e degli educatori dal tema “Voce del verbo… annunciare”, svoltasi presso l’Oasi dello spirito di Montesilvano colle.
Giovani e adulti, laici e consacrati, hanno dunque partecipato per trovare risposta a quattro domande di vita fondamentali, chi, cosa, come e perché annunciare?, a partire dall’ascolto della lectio divina che l’arcivescovo monsignor Tommaso Valentinetti ha dedicato al passo biblico dell’incontro tra Gesù e la samaritana al pozzo di Sicar, il quale propone subito un parallelismo interessante: «Gesù – esordisce il presule – è in cammino ed è stanco. C’è una fatica nel ministero, perché non riconoscerlo, faccio fatica io, fanno fatica i presbiteri e, probabilmente, fate fatica anche voi catechisti ed educatori, nel servizio che vi è stato affidato e che portate avanti nelle vostre comunità parrocchiali. Ma se si fa fatica, bisogna avere anche coscienza di fermarsi come fa Gesù che a mezzogiorno si ferma al bordo di un pozzo».
Non un posso come tanti altri, ma il pozzo che si narra fosse stato scavato addirittura da Giacobbe: «Immaginate – riflette monsignor Valentinetti – quale significato il pozzo potesse avere, essendo stato sorgente di vita per generazioni di ebrei potendo esserlo nuovamente». Un pozzo che oltre al significato dell’acqua, richiama la simbologia della profondità: «Il pozzo più è profondo – osserva l’arcivescovo di Pescara-Penne – più dà acqua buona, al contrario se il pozzo è superficiale corre il rischio di dare acqua putrida. E Giacobbe aveva scavato un pozzo molto profondo, presso il quale Gesù si è fermato andando a cercare una profondità. Se siamo stanchi non dobbiamo fermarci tanto per fermarci, ma dobbiamo farlo per trovare una profondità. Dobbiamo trovare la nostra interiorità, dobbiamo cercare la nostra vita interiore».
Gesù, nel dialogo con la samaritana va alla ricerca della vita interiore della donna, mettendo a nudo la sua situazione familiare, andando poi oltre alla ricerca di qualcosa di più profondo: «“Se tu conoscessi – cita l’arcivescovo Valentinetti – il dono di Dio e chi è colui che ti chiede da bere, tu stesso gliene avresti chiesto ed Egli ti avrebbe dato acqua viva che zampilla per la vita eterna”. Una ricerca della profondità nella dimensione della propria vita e della propria esistenza. Dunque, prima di vedere chi, cosa, come e perché annunciare, prima di fare qualsiasi altro passo, occorre avere il coraggio di fermarsi. Se volete, anche questa giornata degli educatori è stata il pozzo di Giacobbe per voi, purché siate venuti per incontrare in maniera forte Gesù Cristo con la vostra interiorità».
Tornando alla vicenda biblica, Gesù si ferma al pozzo a mezzogiorno, nel pieno della calura, e incontra la donna samaritana, con cui dovrebbe esserci già di base una distanza in quanto Gesù era giudeo e tra giudei e samaritani, all’epoca, non correva buon sangue. Inoltre, il fatto che la donna non fosse andata a prendere l’acqua al pozzo al mattina presto, ma in un orario in cui non vi era nessuno, lasciava denotare che lei avesse dei problemi: «Qualcosa – spiega monsignor Tommaso Valentinetti – che non si vuol far vedere. Lei era una scartata, messa ai margini della società samaritana e della città di Sicar. E Gesù le dice “Dammi da bere”, prende l’iniziativa non considerando che si trattasse di una samaritana e di una donna di malaffare. Quanta pastorale dobbiamo rivedere. Noi non siamo una Chiesa dell’iniziativa, ma aspettiamo che i ragazzi vengano a fare la prima comunione, aspettiamo che vengano a fare la cresima, aspettiamo che le persone vengano a sposarsi, aspettiamo che ci chiamino per l’unzione dei malati e aspettiamo che qualcuno ci avvisi della morte di qualcuno per fargli il funerale. Siamo una Chiesa in attesa, perennemente in attesa. Potevamo esserlo una volta, ma oggi dobbiamo essere una Chiesa che prende l’iniziativa, una Chiesa che esce, una Chiesa che va. Una Chiesa che prende coraggio, senza giudicare nessuno e senza giudicare gli scartati della società».
La samaritana, a questo punto, comprende la portata rivoluzionaria del gesto di Gesù e gli chiede il perché un giudeo le chieda acqua da bere, così Gesù le risponde facendole la rivelazione “Se tu conoscessi il dono do Dio, che è colui che ti chiede dammi da bere”: «Questa – rileva il presule – è una metodologia pastorale, gli suscita curiosità. Scusate – aggiunge, rivolgendosi ai catechisti e agli educatori -, le nostre metodologie pastorali suscitano curiosità o, forse, suscitano noia? Le metodologie pastorali devono suscitare curiosità nelle persone perché altrimenti, se non sono coinvolgenti, nessuno vi ascolterà in quanto l’annuncio, oggi, è nell’era digitale».
Gesù, quindi, mette la samaritana in condizione di coinvolgersi, creandole degli interrogativi per andare in profondità: «Una profondità – precisa l’arcivescovo – che deve scoprire da sola dentro di sé. I fratelli e le sorelle che catechizziamo, devono fare l’inevitabile cammino di venir fuori se accettano di compiere un itinerario. Il nostro lavoro serve a questo, far venir fuori una dimensione di interiorità che, per la maggior parte delle volte, è nascosta nella vita di tutti i giorni».
Dopo l’iniziativa di Gesù, la samaritana cerca di sviare il discorso chiedendogli da dove provenga quell’acqua viva che zampilla e se avesse intenzione di costruire un nuovo pozzo oltre a quello di Giacobbe: «Qui – puntualizza monsignor Valentinetti – la donna parla a un livello e Gesù a un altro e subentra la pazienza. La pazienza della catechesi, di chi fa fare un cammino di fede, la pazienza di chi si mette accanto perché il catechista, così come il sacerdote, è colui che si mette accanto prima, durante e dopo la celebrazione nella mistagogia, ovvero nell’introduzione al mistero che la persona ha appena celebrato senza aspettarsi miracoli. Il tempo, a volte lungo, è necessario perché una persona faccia un cammino di fede, mentre invece noi stabiliamo un’età per fare la comunione e la cresima, meno male che almeno l’età per il matrimonio non l’abbiamo stabilita! Ma questo, secondo voi, è un cammino di fede?».
Così Gesù risponde alla samaritana “Se bevi quest’acqua avrai di nuovo sete, ma se tu prenderai l’acqua che io ti do (se accetti di seguirmi, se tu accetti di fare un cammino) avrai un’acqua che zampilla per la vita eterna”: «Cioè – traspone l’arcivescovo di Pescara-Penne – tu sarai entrata dentro te stessa e sarai capace, a tua volta, di donare acqua viva a tutti. Riassumendo, prendere l’iniziativa, andare in profondità, cercare di accompagnare, rispettare i tempi di crescita e quando questo sarà accaduto, allora è probabile che si diventi missionari, annunciatori, che si diventi quello che siamo perché noi annunciatori lo siamo per il battesimo, lo siamo per la cresima».
La donna, continuando a sviare sul reale significato del discorso, chiede a Gesù di avere quell’acqua così da non aver più bisogno di attingerla. E Gesù mette il dito nella piaga chiedendo alla donna di chiamare suo marito che non ha, già sapendo che ne aveva avuti cinque: «Quando si è fatto un cammino – traspone l’arcivescovo Valentinetti – è solo allora che viene fuori la verità su se stessi. E allora la donna capisce che si trova davanti a una decisione della sua vita, ma anche in questo caso non riesce ad andare nella totale profondità del messaggio rivelatogli da Gesù, in quanto la butta sul ragionamento, sulla riflessione teologica, non vuole accettare il confronto sulla sua persona. Gli dice “Sei un profeta, noi samaritani adoriamo qua e voi giudei a Gerusalemme, ma che differenza c’è?”».
E Gesù, dopo averle risposto che i samaritani adoravano quello che non conoscevano al contrario dei giudei dai quali viene la salvezza, le dice “Attenta, non è il luogo importante perché d’ora in poi si adorerà in spirito e verità”: «Gesù – aggiunge monsignor Valentinetti – la riporta alla sua persona “Tu che vuoi fare della tua vita, della tua esistenza, vuoi farne verità, vuoi lasciare spazio allo spirito, vuoi fare realmente l’incontro fondamentale?”. Non so se siete mai stati in qualche centro d’ascolto, chi non vuole affrontare l’esperienza della propria vita la butta in teologia, inizia a fare domande astruse sulla religione, sulla fede, sul Vaticano, sullo Ior e altro ancora. La donna ha fatto lo stesso e alla fine di tutto, rispondendole sulla questione del Messia che deve venire, Gesù le rivela “Sono io che sto parlando con te”. In questo caso l’incontro personale è possibile perché, gradualmente, la donna ha lasciato cadere i suoi schemi e Gesù l’ha condotta alla conoscenza della verità di se stessa, oltre che a riconoscere in Lui il Signore».
A quel punto la donna non ha potuto fare a meno di andare in città, abbandonando la brocca e la fune con cui era solita raccogliere l’acqua, raccontando ai suoi compaesani perché si recava al pozzo a mezzogiorno per non farsi vedere: «Un’iniziativa – approfondisce l’arcivescovo – che nasce dalla sua capacità di prendere in mano la sua vita avendo, dunque, la possibilità di annunciare Cristo. Allora, giustamente, i samaritani e gli abitanti della città di Sicar vanno da Gesù e dopo aver fatto l’esperienza dell’incontro con Lui dicono alla samaritana “Non crediamo nella tua parola perché ci hai detto delle cose, ma crediamo perché abbiamo capito che questo è il Salvatore del mondo”. Guardate che quando qualcuno crede nel Signore per me vescovo, per i sacerdoti o per voi catechisti ed educatori, vuol dire che abbiamo fallito in quanto, alla fine, il discepolo deve crescere e noi dobbiamo diminuire».
Al termine della lectio, i catechisti e gli educatori hanno preso parte ad un primo laboratorio per trovare risposta alla domanda “Chi?”, composto da attività volte ad esplorare prima cosa pensano di se stessi, quindi cosa pensano gli altri di loro e infine, attraverso la Bibbia, cosa Dio pensa dell’uomo. Nel pomeriggio, poi, hanno trovato risposta alla domanda “Come?” confrontando i metodi di annuncio del passato, attraverso gli stili di San Giovanni Crisostomo, Sant’Agostino, Martin Lutero, San Giovanni Bosco, Maria Montessori e Jerome Seymour Bruner, con quelli del presente caratterizzati dal metodo esperienziale, e del futuro presenziando alla presentazione del progetto “Impulse. Il Vangelo nell’era digitale”: la possibilità di usufruire e realizzare schede online, accessibili da pc e smartphone, con cui approfondire e valutare contenuti e attività.
Infine, è stato il direttore dell’Ufficio catechistico diocesano don Nando Pallini a rispondere alla domanda “Perché annunciare?”, presiedendo la Santa messa finale: «Cosa vi spinge ad essere catechisti ed educatori? – s’interroga il presbitero, rivolgendosi ai presenti – Forse sentite il bisogno di riaggiustare qualcosa che si è rotto un tempo, forse sentite il bisogno di percepire l’amore che date, sentite il bisogno di sentirvi utili in questa vita o, forse, per sentirvi amati? Motivazioni legittime, perché siamo esseri umani. È importante essere consapevoli, perché quando lo si è possibile andare oltre trovando motivazioni ulteriori senza rinnegare le prime».
Forse, infatti, non ci saranno mai motivazioni pure in assoluto, ma possono esserci quelle in via di purificazione: «Questo ci viene chiesto – sottolinea don Nando Pallini -, accogliere quello che in realtà siamo perché Dio ci ama così e grazie a questo noi potremo accoglierci e liberarci, consegnandoci a questa gioia, a questa libertà che è la libertà di Cristo. Questa è la purificazione, cominciare piano piano a spostare l’attenzione dal mio io a Dio».
Ma poi alla fine, la vera domanda non è “Perché lo faccio, ma perché non riesco a non farlo?”: «Quando entrate in questa logica – conclude il direttore dell’Ufficio catechistico diocesano -, capite che questo è il posto in cui volete stare, anche se altrove potrebbero esserci posti più comodi e anche per quanto vorreste lamentarvi non andreste altrove. Lo vedo in voi, quando escogitate ogni sistema per cercare di conquistare il ragazzo per capirlo, quando soffrite per le loro sofferenze, delle difficoltà che hanno a farsi guardare dai propri genitori, quando hanno difficoltà ad esprimere il dolore che vivono e che nemmeno sanno di vivere. Io vedo tante volte, in molti di voi catechisti ed educatori uno slancio verso di loro, a tal punto da farmi dire “C’è un’umanità bella che si muove in questo servizio, ma questa non è solo umanità. C’è una spinta che viene da Dio, perché altrimenti una persona come farebbe a non chiedersi chi me lo fa fare?”».
A margine della giornata, l’arcivescovo Valentinetti ha voluto lanciare un messaggio anche in occasione della Giornata per la vita, raccontando il suo recente incontro con la madre di un feto terminale, cioè una bambina morta poco dopo il parto, nata nonostante l’opposizione dei sanitari: «Una bimba nata – racconta l’arcivescovo di Pescara-Penne -, vissuta un’ora, battezzata alla presenza dei genitori e poi tornata alla casa del Padre. Anche questa è una vita da difendere. Bisogna difendere la vita dal grembo materno, fino alla sua naturale conclusione». A tal proposito, l’arcivescovo ha invitato tutti a seguire con particolare attenzione e vigilare sul dibattito parlamentare in corso sul fine vita: «Tra un po’ – ironizza amaramente il presule -, andrà a finire che si vi capiterà di svenire in ospedale vi faranno direttamente l’eutanasia!».