“Sul letto del malato non ci si siede, perché quella è la sede di Dio”
"Proviamo a pensare - l'arcivescovo Valentinetti - a questa dimensione comunitaria che è la parrocchia, l’associazione o il movimento. Proviamo a pensare alla famiglia che è la diocesi e proviamo a pensare alla famiglia che è la Chiesa universale e al mondo intero, di cui Dio è Padre nel vero senso del termine quando lo invochiamo nel Padre nostro, invocando “Sia fatta la Tua volontà come in cielo, così in terra”

«Sul letto del malato non ci si siede, perché quella è la sede di Dio». Lo ha affermato ieri don Enzo Massotti, direttore della Pastorale sociale della diocesi di Avezzano, citando le Sacre scritture nel corso della sua relazione dal tema “Per una cultura dell’incontro e della pace”, tenuta presso la parrocchia di San Gabriele dell’Addolorata in occasione del Giubileo dei malati e degli operatori sanitari.
Un intervento, svolto alla presenza di decine di malato e decine di volontari dell’Unitalsi e della Consulta diocesana di Pastorale sanitaria, incentrato intorno a tre frasi. La prima tratta dal Vangelo di Matteo, “Andate e fate discepoli tutte le nazioni”, mentre le altre due tratte dal magistero di Papa Francesco, a partire dall’espressione “Io sono una missione su questa terra”: «Un concetto – spiega don Enzo Massotti – che loro volta vale per gli operatori sanitari in qualsiasi ambito si trovino, professionale e non, svolgendo anche loro una missione».
E poi la terza frase, tratta dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, “La Chiesa progredisce non per proselitismo, ma per attrazione”: «Quindi – aggiunge il direttore della Pastorale sociale della diocesi dei Marsi – l’operatore sanitario dev’essere attraente non tanto dal punto di vista professionale, quanto della testimonianza d’amore che va data al malato, indipendentemente dal fatto che sia italiano o straniero, credente o non credente».
Insomma, l’operatore sanitario è chiamato ad essere un testimone d’umanità così come il malato, secondo le scritture, è testimone della presenza di Dio: «Non a caso – aggiunge don Enzo -, Papa Francesco dice che la Porta santa per il malato è il letto d’ospedale. Per questo, il malato è presenza di Dio».
Una presenza quella di Dio nella nostra vita che l’arcivescovo Valentinetti, presie,dendo la successiva Santa messa, ha paragonato a quella di un padre di famiglia che organizza la vita familiare: «Se assumessimo un po’ più di coscienza su questa verità – ammonisce il presule – tutti noi qui riuniti, ma io parlo anche della vita di coloro che sono un po’ ai margini della vita ecclesiale o forse, ancora, di quelli che ne sono lontani!».
Un caso, quest’ultimo, preso ad esempio nel corso dell’omelia: «Persone che guarda caso – osserva monsignor Tommaso Valentinetti – dicono sempre “Dio sì, Cristo sì, Chiesa no”. Ma perché è così difficile accettare la dimensione di questa famiglia? È chiaro che vivere la dimensione familiare costa fatica, perché la mia libertà finisce dove comincia la libertà del fratello e i miei diritti finiscono dove iniziano quelli del fratello».
Da qui l’invito a considerare maggiormente questa dimensione: «Proviamo a pensare – esorta il presule – a questa dimensione comunitaria che è la parrocchia, l’associazione o il movimento. Proviamo a pensare alla famiglia che è la diocesi, proviamo a pensare alla famiglia che è la Chiesa universale e al mondo intero, di cui Dio è Padre nel vero senso del termine, quando lo invochiamo nel Padre nostro affermando “Sia fatta la Tua volontà come in cielo, così in terra”».
E la volontà di Dio è una sola: «L’amore dei fratelli – ribadisce l’arcivescovo di Pescara-Penne -. È questo il punto nodale dove molti si perdono, anche perché quando ci vogliamo sottrarre dalla vita familiare tutto diventa giustificato e allora i nostri punti di riferimento non sono più l’amore, la verità, la pace e il perdono».
Dunque lo scopo dell’uomo è quello di rimettere al centro della sua vita il Signore, attuando la logica dell’amore e del perdono: «Perché diciamocelo chiaramente – accusa monsignor Valentinetti -, noi siamo molto contenti di pensare che la vita giri intorno a noi, ma la vita non gira intorno a noi. L’uomo nella sua inquietudine, nelle sue miserie, nei suoi peccati personali e comunitari pensa che il mondo ruoti intorno a lui, ma in realtà tutti giriamo intorno all’unico necessario che è il Signore Gesù che ci dona il suo amore e la sua pace».
Da qui l’auspicio finale: «Che questo nostro Giubileo che stiamo celebrando – conclude l’arcivescovo -, sia il Giubileo della famiglia. Non tanto quella di padre, madre e figli, ma quella della famiglia in quanto peccatori perdonati, insieme, ad opera dell’amore misericordioso del Padre. Amen».
Al termine della celebrazione eucaristica, i malati e gli operatori della Pastorale sanitaria diocesana si sono recati in processione all’interno della Cittadella dell’accoglienza “Giovanni Paolo II” in via Alento, dove hanno attraversato la Porta santa guidati dal direttore della Pastorale sanitaria diocesana don Giancarlo Mandelli.