Un pessimista esperto di felicità
Schopenhauer insegna che la felicità è frutto di uno sguardo consapevole sulla vita e di un lavoro costante sulla propria personalità.

Se qualcuno vi proponesse di andare a lezione di felicità da un maestro di pessimismo, vi fidereste? Schopenhauer, il pessimista filosofo di Danzica, convinto che la vita, cioè la finitudine umana, oscilli tra la noia e il dolore e che questo mondo sia solo una valle di lacrime, concepì di radunare in un manualetto una serie di pensieri elaborati nel tempo sull’arte di essere felici, definita con un termine tecnico Eudemonologia o Eudemonica. Pur non completando il progetto, Schopenhauer lungo tutto il corso della vita scrisse massime sulla felicità e raccolse sentenze, detti, regole di vita, apoftegmi di autori classici, sparpagliati nei vari quaderni, volumi e plichi in cui sono raccolte le carte inedite del filosofo. Sarà Adelphi a dare alle stampe nel 1997 il manualetto – L’arte di essere felici –, dopo un lungo lavoro di ricerca e ricostruzione delle 50 massime rinvenute tra gli scritti del filosofo, lasciate alla negligenza dell’oblio per troppo tempo.
La prima ragione valida per ascoltare un maestro del pessimismo, che dà insegnamenti sulla felicità, è che costui non racconta frottole sopratutto a se stesso: la guida per questa volta non sarà illusoria ma corrisponderà alla «vera esistenza dell’uomo». «Siamo tutti nati in Arcadia, tutti veniamo al mondo pieni di pretese di felicità e di piaceri, e nutriamo la folle speranza di farle valere» – scrive Schopenhauer nella massima n.1, e così prosegue: «Poi viene l’esperienza e ci insegna che la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali, e si annunciano direttamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa». La frottola che ci raccontiamo spesso è che la felicità sia qualcosa che la vita ci deve, per diritto, e che coincida con la realizzazione dei desideri e l’assenza del dolore. Così mentre si va a caccia dei desideri, che non sono realmente presenti, si finisce per incontrare ciò che realmente lo è: il dolore, la sofferenza, la malattia, la preoccupazione e altre avversità. Se la felicità coincidesse con l’assenza di sofferenza, sarebbe irraggiungibile, una chimera, perché il dolore fa parte dell’essenza della vita; dall’altra parte, più facciamo dipendere la felicità dalla realizzazione di desideri appena intravisti, pretesi, perché reputati “ovvi”, più ci esporremo al rischio di essere infelici: se credo che per essere felice devo avere “proprio quello”, non lo sarò se non lo avrò, perdendo altre occasioni. Possiamo stare con il naso all’insù aspettando che la felicità cada dal cielo, oppure girare come trottole, impegnati nel realizzare inesauribili desideri e anelati traguardi, il risultato sarà lo stesso: «il pretendere di essere molto felici, è il mezzo più sicuro per diventare molto infelici». Bisogna allora rassegnarsi al dolore, accontentarsi e desiderare nulla più? Pensa questo, Schopenhauer?
Non viviamo in un’Arcadia sulla terra, di desideri realizzati e dolori scampati, e comprenderlo è già un passo verso la felicità, ma questo – pensa Schopenhauer – non vuol dire consegnarsi alla rassegnazione: bisogna piuttosto abitare la felicità in un altro modo, evitando innanzitutto di restare accecati dai desideri e paralizzati dai dolori, imparando a godere per ciò che abbiamo e siamo qui ed ora. «Ognuno vive in un mondo diverso, che risulta differente a seconda della diversità delle menti: in conformità con queste ultime, esso è povero, insulso, piatto, ricco, interessante, significativo – scrive Schopenhauer nella massima n. 38, e aggiunge: la diversità che il destino, le circostanze, e l’ambiente producono nella vita di ognuno, è meno importante della diversità delle menti». È proprio ciò che pensiamo sulla felicità, che reputiamo nella nostra mente la renda possibile, ciò che permette di essere nella vita davvero felici: dipende dalla capacità di capire che la salute, l’amore, il lavoro, i figli, l’amicizia, e tanto altro, non sono doni che il “pacchetto vita” ci deve; dipende dalla capacità di integrare il dolore e la sofferenza nella vita; dipende da quanto riusciamo a disciplinare noi stessi nel perseguimento dei desideri, evitando che l’“irrealizzabile” e il “da realizzare” oscurino ciò che già siamo e abbiamo. E allora, in buona sostanza, cosa dobbiamo desiderare per noi stessi?
«Un uomo deve pur sapere ciò che vuole e sapere ciò che può: solo così mostrerà carattere, e solo così potrà compiere qualcosa di buono», sentenzia Schopenhauer nella massima n.3: la felicità richiede allenamento, che ognuno acquisisce nella vita e con la pratica del mondo, per formare ciò che il filosofo definisce «carattere acquisito». Al posto di inseguire ciò che crediamo, o ci fanno credere di dover essere, sarà meglio conoscere il microcosmo che siamo, per realizzare la vera natura che ci è propria; se fin da piccoli impareremo a conoscere le nostre forze e buone qualità, come pure i nostri difetti e debolezze, fissando in corrispondenza i nostri traguardi, sapremo sempre cosa poter pretendere da noi stessi, e sfuggiremo, di certo, a quello che è il più amaro dei dolori, ossia «la scontentezza di sé». La verità principale dell’arte di essere felici, scrive Schopenhauer nella massima n. 44, è che «tutto dipende molto meno da ciò che si ha, o da ciò che si rappresenta, che da ciò che si è»: «La personalità è la felicità più alta». Avere un «animo lieve» o «un animo grave», unitamente alla salute, che per Schopenhauer coincide con ben nove decimi della felicità, dipende in parte dalla natura, ma compete a ognuno capire«ciò che è e ciò che può». Per raggiungere questa consapevolezza di sé, Schopenhauer consiglia anche di applicarsi in quello che egli stesso fece lungo tutto il corso dell’esistenza: «scrivere massime di vita, che però non dovrebbero susseguirsi pêle-mêle [alla rinfusa] ma venire ordinate in rubriche». Magari non riusciremo ad essere così metodici nel buttare luce su noi stessi, ma potremmo incorniciare in frammenti di riflessione momenti significativi della nostra vita. È meglio insaporire frammenti di vita in vista del tutto, che inseguire la chimera del tutto rendendo insipido ogni frammento.
La proposta di seguire un maestro di pessimismo, in materia di felicità, finisce qui. Tocca a voi, se vorrete, dargli fiducia.
Claudia, Lei scrive egregiamente, …ma non sempre gli argomenti sono condivisi da tutti come sottolinea…
La ragione è importante, lo specifica anche Paolo in Romani 12:1.
Diversamente, sarebbe un’ostacolo al comando di Gesù di “fare discepoli…insegnando”. Una persona per apprendere deve utilizzare la ragione (gli abitanti di Berea sono un ottimo esempio)
Che ne pensa ?
Cosa posso aggiungere, rispetto a quello che avevo già detto? Se vuole leggere miei articoli sulla fede cristiana, può trovarli nella rubrica “La Porzione” ( gli ultimi sono sulla Pasqua e sull’Eucaristia) oppure scorrendo quelli della terza web degli anni passati. Grazie dell’attenzione.
…preferisco il salmista: (1:1) o Giovanni scrittore dell’Apocalisse (1:3)
Credo che la lettura e meditazione della/sulla Bibbia possa davvero dare molto in fatto di felicità per poi sfociare nelle parole di Matteo (7:24-27) applicare ciò che si comprende da essa…
Gentile Piero,
la ragione e la fede non sono in conflitto, come lei certo saprà: aiutarsi con la ragione a raggiungere una vita serena e appagante, aiuta a creare le condizioni per vivere anche la fede in modo profondo e comunicativo con tutti. Saprà che il cattolicesimo mira ad un umanesimo globale, in cui tutte le facoltà dell’uomo sono valorizzate. A questo aggiunga che la sottoscritta insegna e studia filosofia, quindi scrive sugli argomenti che conosce, consapevole di non poter piacere a tutti e sperando di piacere a “qualcuno”.