Vengo anch’io? No tu no.
Se la cultura dell'accoglienza deve diventare accoglienza della cultura.

La situazione attuale in riferimento alla capacità di dialogo e di accoglienza dell’Altro, nella sua dimensione non solo fisica (sarebbe ben poco), ma anche intellettuale, risulta peggiorata rispetto a qualche tempo fa. Per dirla con Cicerone Mala tempora currunt sed peiora parantur («viviamo tempi cattivi ma se ne preparano di peggiori»): le ultime elezioni svoltesi in Austria, la grande popolarità di Trump negli Stati Uniti, le scelte -quantomeno discutibili- operate nell’ultimo periodo dall’ UE, sono tutte manifestazione di un problema che, pare, unico: incapacità di pensarsi al di là di se stessi e di quello che si ritiene essere il proprio spazio vitale, inteso come tutto quello che rimane confortevole e familiare.
Una riflessione profonda in tal senso pur essendo ampiamente invocata non risulta effettivamente partita, questo nonostante i numerosi incitamenti di personalità di primo piano come Papa Francesco; si pensi solo alla meditazione piena di realismo tenuta dal Pontefice durante la messa a Santa Marta il 24 gennaio 2014: «dialogare non è facile, è difficile […], con il dialogo si costruiscono ponti nel rapporto e non muri che ci allontanano» , e ancora «bisogna subito avvicinarsi al dialogo, perché il tempo fa crescere il muro […] come fa crescere l’erba cattiva che impedisce la crescita del grano». E aggiungeva: «quando i muri crescono è tanto difficile la riconciliazione: è tanto difficile!».
La storia che già gli antichi definivano magistra vitae (Cicerone, De oratore) pare ancora una volta non avere studenti attenti a recepire la sua lezione, e questo a danno della comunità mondiale tutta che puntualmente ricade in errori già compiuti: cosa pensare infatti del muro che gli austriaci vogliono costruire ai confini col nostro paese? Non può non richiamare quanto accaduto in quello che Hobsbawm ha definito «secolo breve», cioè il Novecento (ghetti, muro di Berlino, ecc). In questo preciso momento storico assistiamo a un aumento dei muri, i quali li troviamo dalla Palestina al Nord Africa, dalle zone arabiche a quelle europee.
Se, però, nel passato i muri avevano una funzione primariamente di difesa, oggi invece hanno assunto probabilmente una funzione offensiva volta a cancellare il prossimo, con tutto il carico di “scandalo” che si porta dietro. Come ricorda Luigi Zoja nel suo La morte del prossimo (Einaudi, 2010) in riferimento agli immigrati (ma estendibile a tutto ciò che risulta “altro da sé”): «si preferisce fermarli a grande distanza anche perché così non arriveranno sotto ai nostri occhi, risvegliando compassioni obsolete»; e sempre Zoja ricorda come: «con apparente paradosso, in un mondo che comincia ad accettare l’uguaglianza di chi era considerato lontano, si stanno costruendo nuove distanze dai vicini». E infatti molto spesso grazie ai social network parliamo con persone all’altro capo del mondo, ma poi non abbiamo rapporti col nostro vicino di casa.
La soluzione a un problema di così vasta scala è complessa ma da un punto si può partire: una cultura dell’accoglienza e dell’apertura stimolata attraverso piccole esperienze pratiche. Incominciare dalle piccole cose, riconoscere nell’altro e in ciò che è diverso un’occasione di incontro: proporre gruppi di lettura, incontri interculturali, occasioni di servizio nelle situazioni oggi più critiche, suscitare nei ragazzi domande di senso che purtroppo oggi, presi da noi stessi e impauriti dal futuro, non vogliamo più proporre. Tutto ciò può essere un buon inizio per la costruzione di ponti che possano oltrepassare i muri e permetterci di arrivare al di là di noi stessi, anche solo per vedere, come diceva Jannacci, «l’effetto che fa».