Il mito di Pilato – Quinta Parte

Pilato ebbe un ruolo centrale nella morte di Gesù. Non fu lui a condannarlo, ma neppure si oppose alla sua crocifissione. Qualunque fosse la ragione del suo comportamento, egli non esce “pulito” dal processo della storia. Eppure i quattro Vangeli sembrano quasi giustificarlo, o per lo meno tentano di limitare le sue responsabilità, facendole ricadere piuttosto sui capi del popolo ebreo, e di riabilitare la sua memoria, tramandando i suoi molti tentativi di liberare Gesù e il gesto plateale con cui volle attestare la propria innocenza.
Abbiamo già visto, qualche settimana fa, cosa accadde dopo la morte di Gesù, ma riepiloghiamolo in sintesi. Pilato rimase al governo della Giudea fino al 36. Dopo la lapidazione di Stefano – avvenuta senza l’autorizzazione dell’autorità romana – probabilmente Pilato, temendo di perdere il controllo della situazione nella provincia, scrisse all’imperatore, il quale inviò il suo legato Vitellio. Costui per prima cosa destituì il sommo sacerdote Caifa, colui che più di tutti sembrava causare problemi all’ordine pubblico e all’autorità romana.
La fine del governatore
Ma l’arrivo di Vitellio non giovò al governatore della Giudea. Pilato stesso, infatti, fu rimosso dalla carica e inviato a Roma per rendere conto del suo operato direttamente all’imperatore. Il motivo della sua rimozione però non ha nulla a che vedere con Gesù e i suoi seguaci. Pilato fu punito per aver provocato, nel 35, un massacro di Samaritani, che si erano riuniti sul monte Garizim al seguito di un profeta. Temendo una rivolta, Pilato inviò i suoi soldati: molti Samaritani rimasero uccisi, altri furono fatti prigionieri e i più insigni furono messi a morte. A seguito di questi eventi, i Samaritani presentarono formale protesta contro Pilato a Vitellio, che rimosse Pilato e lo inviò a Roma. Si avverò così per causa dei Samaritani ciò che Pilato intendeva evitare acconsentendo alla morte di Gesù.
Ciò che ancora una volta stupisce è che Pilato intervenne per impedire a un gruppo di Samaritani di riunirsi sulla loro montagna sacra assieme al loro profeta, ma non fece nulla per impedire a Pietro e agli altri di parlare a folle numerosissime e fare proseliti in tutta la Giudea e oltre. Neppure agli antichi dovette sfuggire questo comportamento quanto meno “insolito”. E infatti, oltre alla lettera di cui abbiamo parlato, esistono altri testi apocrifi contenenti eventi curiosi e situazioni leggendarie circa la figura di Pilato e il suo rapporto con i primi cristiani. Tra questi è la cosiddetta Paradosis (= arresto) di Pilato (probabilmente anteriore al VII secolo).
L’arresto di Pilato
L’opera narra che l’imperatore romano, dopo aver scoperto che il terremoto e le tenebre che avevano interessato il suo Impero erano stati provocati dalla morte di Gesù, inviò i suoi soldati con l’ordine di arrestarne il responsabile e condurlo in catene al suo cospetto. Pilato fu dunque arrestato, condotto a Roma e interrogato da Tiberio in persona. Tornano qui gli argomenti già sviluppati nella famosa lettera: Pilato si proclama innocente e scarica la responsabilità del crimine su «Erode, Archelao, Filippo, Anna e Caifa» e su «tutto il popolo ebraico», popolo «sedizioso, ribelle e indocile alla tua [= dell’imperatore] volontà». Tiberio, violentemente adirato, rimprovera Pilato di aver dato ascolto a costoro, quando piuttosto avrebbe dovuto rimettere a lui stesso la decisione, inviandogli quel Giusto che con miracoli e prodigi aveva dimostrato di essere davvero il Re dei Giudei. E, in questa conversazione, ogni volta che l’imperatore pronuncia il nome di Cristo, tutte le immagini degli dei cadono a terra e si riducono in polvere.
A questo punto, Tiberio, «preso dalla collera, con tutto il senato e i suoi consiglieri, decide di emanare contro gli Ebrei un decreto» che ordina di marciare contro i Giudei, di ridurli in servitù e di scacciarli da tutta la Giudea a causa della loro scelleratezza. Poi comanda di decapitare l’ex-prefetto. Ma ecco la sorpresa (la leggiamo in presa diretta dalla Paradosis):
«Allontanatosi, Pilato, con calma, si ribellò contro questa argomentazione, e disse: “Signore, non mi confondere con questi miserabili Ebrei in una comune distruzione. Giacché se io ho elevato le mani contro di te, l’ho fatto forzato da quella folla di Ebrei che mi tormentavano: ma tu sai ch’io ho agito così per ignoranza. Non condannarmi dunque per questa mancanza, ma perdonami e così pure perdona la tua serva Procla che si trovava con me in quel paese donde mi viene la morte e che tu hai destinato ad essere crocifissa: non condannarla a causa della mia mancanza. Uniscici invece e pesaci insieme nella bilancia della tua giustizia”. Allorché Pilato terminò la sua preghiera, dal cielo discese una voce dicendo: “Tutti i popoli e tutte le generazioni proclameranno la tua felicità, in quanto nel tuo periodo hanno avuto compimento tutte le profezie che mi riguardavano. E tu, mio testimone, comparirai nella mia seconda venuta allorché giudicherò le dodici tribù d’Israele e coloro che non confessano il mio nome”. L’arconte troncò la testa di Pilato, e un angelo del Signore la prese. Sua moglie, Procla, alla vista dell’angelo giunto a prendere la testa di Pilato, ebbe un trasporto di gioia ed emise l’ultimo respiro e così fu sepolta con suo marito Pilato per volere e benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo, al quale è la gloria del Padre e dello Spirito santo ora e per sempre nei secoli dei secoli. Amen.» (corsivi miei; trovate il testo completo al link).
Insomma, nella Paradosis Pilato muore nientemeno che come martire, assieme a sua moglie, colei che, secondo il Vangelo (Mt 27,19) gli aveva consigliato di non macchiarsi del sangue di Gesù, come gli era stato rivelato in sogno. Si pente del suo errore, chiede perdono, riceve la visita di un angelo che ne raccoglie la testa mozzata ed ottiene il paradiso. Egli sarà proclamato beato da tutti i popoli e da tutte le generazioni (l’autore adopera parole simili – nientemeno! – a quelle del Magnificat: «tutte le generazioni mi chiameranno beata», Lc 1,48), perché, nel bene o nel male, ha contribuito al compimento delle antiche profezie; sarà ricordato come testimone di Cristo e comparirà nella sua seconda venuta.
La natura leggendaria di questo scritto è più che evidente, se si considera che, quando Pilato giunse a Roma – secondo Giuseppe Flavio – l’imperatore Tiberio era già morto (16 marzo del 37). Eppure, secondo alcune fonti cristiane, poco prima di morire, proprio sulla base di quella relazione inviatagli dal governatore della Giudea, l’imperatore aveva proposto al Senato il riconoscimento del cristianesimo come religione lecita.
Pilato santo?
Ebbene sì! Esiste tutto un filone semi-leggendario che difende e propaga la fama sanctitatis di Ponzio Pilato. Tutto parte dai Vangeli canonici, che tendono a limitare la responsabilità diretta del governatore nella condanna a morte di Cristo e a mettere in luce tutti i tentativi da lui condotti per liberare Gesù. Le prime comunità cristiane elaborarono un’immagine positiva del governatore, che secondo Tertulliano (II-III secolo) era iam sua coscientia christianus (= “nel suo cuore già cristiano”) e secondo l’autore dell’apocrifo Vangelo di Nicodemo era «incirconciso nella carne, ma circonciso di cuore». Nei testi apocrifi tardo-antichi e medievali (ne abbiamo visti alcuni in queste settimane) Pilato diventa nientemeno che un martire. Secondo alcune leggende, egli si sarebbe convertito al cristianesimo assieme alla moglie Procla e, tornato in Abruzzo (dato per certo che Tiberio fosse già morto e che Caligola non fosse affatto interessato ai fatti accaduti in Giudea), si sarebbe prodigato per diffondere la religione cristiana, trasformando la terra intorno al suo castello in un centro irradiatore della fede. Infine, la Chiesa Copta d’Egitto lo proclamò santo e lo venera tuttora come martire, festeggiandolo il 25 giugno.
Ma esistono altre tradizioni sulla fine di Pilato e di ben diverso tenore … [continua]
In ogni caso, il Pilato che personalmente preferisco è quello descritto ne “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov.
Pilato che si converte diventa il modello ideale per ogni cristiano, il cui percorso verso Dio si fonda sulla conversione del cuore. Mi sembra altrettanto evidente il tentativo di spostare la responsabilità del deicidio sugli Ebrei, elaborando in senso positivo la figura del Governatore romano da indeciso, quale appare nei Vangeli, a uomo intimamente (e infinte esplicitamente) cristiano.