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La Passione per passione: passione per la Passione

Due Registi, due film, due casting diversi con un’attrice in comune – due riletture molto diverse, entrambe segnatamente contemporanee, della Passione.

Non mancano, nel panorama culturale contemporaneo, gli indizî che inducono a osservare un fenomeno che chiameremmo “passione per la Passione”: a dispetto della dilagante secolarizzazione e dei più o meno divulgati scandali ecclesiastici – anzi, in totale assenza di riferimenti espliciti a essi – la storia della morte di Cristo viene letta e riletta, narrata e rinarrata sulla scia, più o meno fedele, di quei racconti della Passione con ampie introduzioni che sono i Vangeli. […] La “fortuna” della Passione non resta arginata nei limiti specifici della narrazione della vita di Gesù – essa pare piuttosto quella di un noumeno che vive “di vita propria”, ed elencare le produzioni artistiche facenti riferimento indiretto alla Passione sarebbe un modo alternativo di scrivere una storia dell’arte.

Cerchiamo di mettere a fuoco soltanto due produzioni cinematografiche italiane, accomunate da più di un fattore: anzitutto sono state proiettate a distanza di un anno l’una dall’altra (2009 e 2010); ancora, pur nella differenza tra i generi dei film e tra le estrazioni delle Regie, i cast condividono un elemento a nostro avviso non secondario (l’attrice polacca Kasia Smutniak); infine – ed è ciò che rende significativi gli altri fattori – entrambi i film ruotano sulla lettura della Passione come su un cardine, pur essendo ambientati – e questo distanzia il genere da quello dei titoli sopra ricordati – in un contesto contemporaneo e non strettamente religioso: un anno fa usciva nelle sale Tutta colpa di Giuda, di Davide Ferrario, mentre da poco nelle sale cinematografiche italiane è stato proiettato La Passione, per la Regia di Gianni Mazzacurati.

I titoli evocano esplicitamente il contenuto religioso del film: […] le sale si gremiscono di curiosi in cerca di una catechesi alternativa e di agguerriti apologeti armati di penna e taccuino. Anche se i registi non sono di vedute completamente collimanti, di certo Mazzacurati non ha potuto trascurare che nella filmografia all’attivo di Kasia Smutniak al momento delle sue riprese ci fosse il film di Ferrario, ed è proprio l’attrice polacca la punta del compasso con cui proviamo a circoscrivere le intersezioni tematiche concordanti e discordanti dei due film: Irena (la Smutniak in Tutta colpa di Giuda) è la protagonista, se non del film in senso assoluto, senz’altro della rilettura della Passione che vi se ne fa; Caterina (la Smutniak in La Passione) è invece come il filtro mediante il quale il Regista (Gianni Dubois, un bravissimo Silvio Orlando) può operare la personalizzazione della Passione che lo rende, sul finire, l’inequivocabile protagonista della storia.

[…]

Ferrario ha avuto un bel dire che il suo don Iridio è un personaggio-limite che però non scade nel tipico: i molteplici dibattiti che nel corso del film intavola con Irena ne dicono invece la sostanziale superficialità (fatta salva la buona fede e una certa buona volontà) e l’incapacità di accostarsi alla sua interlocutrice con onestà intellettuale – il solito prete ottuso, refrattario ai fuori-programma e inetto sul piano dialettico (il “vade retro satana” di don Iridio agli slogan di Irena non è seguito da alcuna smentita logica e teo-logica, a differenza di quello di Gesù, che il prete cita). Don Iridio è piuttosto la sagoma fedele dell’idea di “religione” che Ferrario s’è dato, nel suo ateismo “fermo e sereno”: un onesto ma ultimamente cieco contratto che si stipula con se stessi per allocarsi nella vita. Non è un vero e proprio antagonista, perché l’entusiasmo che lo ha spinto a contattare e ingaggiare Irena si trova presto disarmato dall’esuberanza della regista e dall’ascendente che – complice anche la bella presenza – questa in men che non si dica esercita sui detenuti. […] Viene così ribadita l’idea di fede del regista, che determinerà gli sviluppi ideologici della storia – è la firma sulla delega della propria vita.

L’assenza di ogni figura religiosa nel film di Mazzacurati è invece un elemento senz’altro rimarchevole ma dalle più ampie e sfumate possibilità ermeneutiche: […] non si tratta di un silenzio polemico. Gesù e la sua Passione sembrano avere a che fare con la gente del ventunesimo secolo a prescindere non solo dalla Chiesa e dalla fede, ma anche dallo stesso mistero di Cristo e dal suo messaggio – quella di Gesù è senz’altro/se non altro una storia incantevole che, per ciò stesso, merita di essere perpetuata nel racconto e deve essere ri-presentata “di generazione in generazione”. Del resto poco si sa, o nulla; del resto, in fin dei conti, poco importa: il racconto della storia di Gesù si rivela un’esigenza universale irrefrenabile, di cui l’esplosione folcloristica è solo una manifestazione fenomenica. È lecito pensare che, a partire da queste premesse, la Chiesa non emerga né spodestata né avversata, ma piuttosto relativizzata e in qualche modo ri-fondata. Ovvio che l’autocoscienza della Chiesa non potrà riconoscersi come equivalente al fervore ri-presentativo di un paesello, ma neppure dovrebbe essere troppo frettolosa nello scansare il paragone, in quanto è nient’altro che la non evidenza del legame tra essa e Gesù Cristo a permettere la sua equiparazione a un qualunque legame tra gli uomini e la storia del Nazareno […]. In poche parole, da questo punto di vista il film è un mezzo bicchiere: il bicchiere mezzo vuoto è che l’urgenza della com-passione alla Passione è un sentimento ancestrale atematico; il bicchiere mezzo pieno è che, pur senza che si pongano figure religiose esplicite, Gesù e la sua storia sembrano “bisognosi” di radunare uomini almeno tanto quanto gli uomini si mostrano “bisognosi” di e-vocarli in una con-vocazione (e in questo c’è un embrione di Chiesa – non lontano da quello che s’è chiamato “Spirito”).

Tenendo conto di quanto analizzato, si può tornare ora a Irena e Caterina in merito alle specifiche riletture della Passione: […] Irene è infatti una regista giovane e rampante, che sa (o crede di sapere) ciò che vuole, mentre Dubois è un regista che ha da poco imboccato il viale del declino, sia nella vita sia nella carriera, e non gli si addicono (più) entusiasmi ed estri. Lei affronta le questioni pratiche (come convincere qualcuno a fare la parte dell’infame) con piglio ideologico, lui non ha (più) idee e, quanto alla prassi, non chiede più che di evitare grossi colpi e la percezione drammatica del fallimento incombente. Così, mentre è Ramiro (Giuseppe Battiston), un improbabile aiuto-regista, a sostenere con uguali misure d’entusiasmo, buona fede e incompetenza lo sforzo creativo che Dubois non sa/può/vuole assumersi, Caterina è il motore e il carburante della ripartenza di Dubois: questi s’innamora platonicamente di Caterina, la quale dal canto suo non è davvero “nulla più” che una ventiseienne polacca emigrata in Italia e sistemata a Fiorano come barista. “Per amore?”, “per bisogno?”: sono le domande che, legando Dubois a Caterina, fanno sì che la mente del regista sopravviva allo schianto delle situazioni avverse.

Così la lettura che Irena fa della croce è una personalizzazione re-inventante in cui convergono elementi distinti: anzitutto l’alienazione della coscienza morale dei detenuti, che continuano a proclamarsi tutti innocenti e che canteranno il dramma della loro situazione analoga a quella di Gesù per il fatto di non aver avuto un buon avvocato (sic!); in secondo luogo l’incomprensione previa del valore salvifico della croce (“io non prego”: protesta Irena con suor Bonaria), e qui si aprirebbe tutta una serie di considerazioni ovvie ma non banali su come l’assenza della fede sia l’anello mancante tra l’incontro con Gesù e la comprensione della sua Pasqua. […] Ma la conseguenza di tutto questo è che a un tratto si perde di vista la rilevanza dello stesso Gesù, ciò che accade è come uno svuotamento della sua persona e della sua missione: l’audacia della riscrittura non è sostenuta da una forza adeguata, laddove la rappresentazione della Passione si trasforma di punto in bianco in una ben ritmata coreografia in cui tutti sembrano buoni, salvi, liberi… ma per finta.

La lettura di Gianni, invece, si manifesterà come una personalizzazione ri-presentante (identificante), ma prima di ogni altra cosa essa è marcata dal carattere della passività: Gianni è dis-tratto, e Caterina è da un lato la musa dei suoi tentativi professionali, dall’altro il solo filo che lo lega alla Passione in modo non meramente passivo. […] Proprio al culmine della Passione, la sorprendente commozione di Caterina-Maddalena “si travasa” empaticamente in Gianni, il quale riceve finalmente una scossa nella sua indolente passività: Gianni è così letto, non legge; è identificato, non identifica; perfino è tematizzato, non tematizza […].

Continuando l’analisi tematica progressiva sulla base di quanto già ricavato, osserviamo che diametralmente opposte tra i due film risultano anche le visioni della grazia: in Tutta colpa di Giuda la grazia coincide (perfino nominalmente!) con l’indulto del 2006. È una grazia casuale, che piove in quel momento ma sarebbe potuta piovere in qualunque altro momento, oppure mai. È poi una grazia estrinseca alla situazione di quelli che la ricevono, per quanto questi ne beneficino: essa arriva ugualmente sugli innocenti e sui rei, sui pentiti e sugli incalliti, su chi vuole cambiare vita e su chi non vuole cambiarla – nessuno negli atti dei detenuti, pubblici o privati, individuali o collettivi, interiori o esteriori, si pone in una qualche relazione ad essa. Questa grazia, infine, lascia il futuro in dubbio, essendo niente più di un colpo di spugna su una lavagna che in nulla previene la sporcizia e il disordine eventualmente venturi.

La grazia che si manifesta in La Passione, al contrario, è anzitutto legata a una “causalità morbida”: c’è una creatività che si mette in moto e da questa, per vie sorprendenti e inattese, sboccia il dono di una visione, di un’intuizione, di un contatto insieme fedele e libero; tutto questo è per ciò stesso così legato a una visione intrinsecista della grazia tale da spingersi fino a sfiorare l’immanentismo […]. E c’è di più, data questa sorpresa che però non è estranea a coloro che la ricevono, ma piuttosto l’avvolge inglobandola in sé: c’è speranza per ciò che seguirà, come è chiaro anche a Gianni quando – stanco e fermo in un autogrill per mangiare un panino – intuisce un finale significativo per la storia della sua Caterina, e così anche la sua propria storia acquista una direzione, e lascia lo spettatore con un presentimento fiducioso.

Queste analisi ci sono, sì, utili per confrontare dei film, ma a dispetto delle apparenze il nostro intento non è quello di esaltarne uno a discapito dell’altro: esploriamo, invece, delle possibilità che traggono forza dal fatto che la Passione risulta un rovello di tutte le generazioni. Ogni esperimento, teologico, letterario o figurativo, porta in sé il bagaglio affettivo e culturale del suo autore, e tramite la considerazione del concetto di “passione” in questi modelli vorremmo tentare di arrivare ai ritratti di Cristo che vi si affiancano.

La Passione è per Irena uno sfortunato incidente occorso per una non ben chiara congiura delle circostanze; è andata così ma poteva andare diversamente, e – ancora di più – può andare diversamente […].

La passione di Gianni è una passione persa e morta che improvvisamente (ma non casualmente) viene ritrovata e risvegliata tramite un genuino contatto con la Passione, mediato da Ramiro e da Caterina. Il primo è un po’ l’alternativa realistica agli slogan di Irena: è stato in carcere (anche lui per piccoli reati) e ha seguito laboratorî di teatro (con Gianni, donde il loro legame) leggendo e rileggendo il libro dei Vangeli, e la sua stessa ammissione pretende che sia stata quell’esperienza a cambiargli la vita, e non la sola scarcerazione. Ramiro vive una vera vita nuova grazie all’assunzione della propria storia e delle proprie colpe in unione alla Passione di Gesù – v’è una scena in cui lo si vede pregare prima di commettere un furto “necessario” alla sacra rappresentazione, e lì si mostra la confidente tenerezza che l’ex-carcerato ha preso col suo Redentore, riecheggiando il personaggio evangelico del “buon ladrone”. Ramiro ha imparato che le necessità coesistono con la libertà dell’uomo, e che qualche volta la coartano, senza però che questa smetta di essere libera. La Caterina di Gianni è invece la protagonista di una passione “anonima” […]: soffre e vaga, pur nell’assenza di una meta individuabile, segnata com’è dal sigillo dell’irreversibile (è incinta) […].

Non è che la situazione finale di Irena sia coincidente con quella iniziale, quantunque non vi abbiamo dedicato attenzione: Irena cambia uomo, e c’è un bel salto di qualità tra i due personaggi, ma tutta questa parte della vicenda scorre completamente parallela all’avventura carceraria. E come dovrebbe essere diversamente? In realtà tutti i cambiamenti, in Tutta colpa di Giuda, avvengono per vie totalmente irrilevanti rispetto a quella che la critica aveva definito il motore della storia – ossia la sacra rappresentazione in carcere. La ragione di questo gap narrativo è da ricercarsi al livello della cristologia: se Gesù non è che un condannato come gli altri (in fondo anche gli altri si proclamano innocenti) in che modo potrà mai essere loro non diciamo d’aiuto ma anche solo di conforto? Gettarsi su un simile personaggio è come gettarsi su un materassino pneumatico con la valvola aperta: all’improvviso non si capisce più perché ci si sia stretti attorno alla sua vicenda.

Più profonda, per quanto povera, la cristologia de La Passione: Gesù è senz’altro l’icona dell’innocente tradito e ucciso al riparo di un ordinamento legale fallace, ma conserva l’effetto sbalorditivo dell’iniziativa della/nella propria Passione – ciò, appunto, che ne fa la Passione, quella cui tutti hanno il bisogno di guardare. Oltre alla preghiera di Ramiro, già ricordata, c’è un’altra bellissima scena che sintetizza la cristologia del film: quando generosamente e improvvisamente Ramiro rimpiazza l’attoruccolo spocchioso nel ruolo di Gesù (rifacendosi alle ripetute letture del Vangelo in carcere) e rompe la sedia tra le risate generali, lì è Gianni a dover enunciare, incoraggiando Ramiro, l’essenza del Cristo cui sa guardare lui: «Sei un Cristo perfetto: sei povero; sei ricercato; tutti ridono di te…». […] L’uomo sente, nel profondo di sé, che «senza effusione di sangue non c’è remissione» (Eb 9,22).

Quel Cristo tribale è come il polo catalizzatore di ogni compassione, nel cui sacrificio la vendetta si converte in espiazione, la soddisfazione in perdono, la colpa in grazia […].

Raccogliendo le carte sparse con un ultimo sguardo d’insieme, si vede come l’illuministica diffidenza verso tutto ciò che si proclama apertamente come dogma e autorità (diciamo così perché anche l’Illuminismo ha i suoi dogmi e le sue autorità) costringe gli uomini a ridursi a un approccio minimale al mistero che chiede di poter sollevare e indiare le angosce delle loro giornate. Non solo, però: d’altro canto, la storia di Gesù scatena, pur in questa ideologica asetticità falsante, l’irresistibile prurito del racconto – e questo, pure al di qua dei dogmi e delle gerarchie (ma non senza di essi), altro non è che il seme sparso dal Seminatore, per-sistente, in-sistente, con-sistente anche nella morsa della zizzania (Mt 13).

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About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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